Per una maggiore aderenza al testo originale, il curatore dell’intervista ha conservato la forma colloquiale.

“Sono nata a Padova nel 1935, ma poi siamo andati a Milano e ci rimaniamo fino al ‘42. Siamo venuti via perché bombardavano; siamo venute a Padova mia madre e io con il papà che faceva la spola. È rimasto là perché aveva un negozio. Era un bravo calzolaio artigiano che lavorava su misura per clienti anche importanti. Il papà era Bedin Guglielmo Albano, la mamma Daniele Maria. Erano entrambi di Padova, di via Tiziano Vecellio: del Bigolo, come veniva chiamato. Erano vicini di casa da ragazzi. C’erano case a schiera un po’ lunghe: ho in mente delle case bianche basse. Là vicino c’era l’osteria della Eva, però era dall’altro lato della strada, sul versante che va verso via del Plebiscito… Dicevo che il papà è rimasto a Milano. Noi siamo andate a Padova, prima in via Bellini che adesso non c’è più e che allora era una laterale di via Pizzolo. C’era una mia zia, sorella di mio papà, che aveva una casetta a un chilometro in linea d’aria da dove abitavano da piccolini. Dopo, a tappe, ci siamo trasferiti qua e là, anche in viale Arcella, nella casa di un amico di mio papà. C’è ancora quella casa in un vicoletto di viale Arcella, quella dove all’inizio c’è una casa con la torretta. Dietro c’è ancora la casa dove siamo andati noi. Ci hanno dato la cucina e una stanza. L’altra parte era chiusa. L’amico del papà era andato a stare ai piedi del ponte che porta a Vigodarzere, vicino al Brenta. Ricordo che appena è successo che il papà è morto anche noi siamo andati a stare con loro, ai piedi di via Pontevigodarzere, dove adesso c’è la chiesa che però allora non c’era. Io giocavo là. C’erano una gran camera, un locale grandissimo dove cucinavano e dopo, nello stesso locale, c’erano i letti. Là dormiva tutta la famiglia, compresi noi, tutti assieme. Era una specie di magazzino. Secondo me, era prima del ponte, sulla destra. Ricordo che delle sere bombardavano. A casa nostra non si poteva rientrare perché c’era una bomba inesplosa. C’erano i bombardamenti di notte e si passava il ponte per andare in campagna. C’era gente in bicicletta che ci caricava sul telaio me e mia mamma e si andava nelle case dei contadini con le mucche e gli animali. Ricordo queste cose: la notte, sotto le stelle, col freddo… ra anche bellissimo al mio sguardo di bambina. Tornando a prima, come dicevo, passiamo da Milano a viale Arcella; papà rimane a Milano e torna ogni tanto. Come scuola, la prima l’ho fatta a Milano e nel ‘43 ho fatto la seconda; ma la seconda non la ricordo bene. Nel ‘43 avevo otto anni; ho iniziato a fare la terza a ottobre, ma mio padre è morto a dicembre ’43; era venuto a trovarci. Delle volte faceva il severo, mia mamma però diceva: “Non usare le mani sulla bambina perché hai le mani pesanti”.

È morto a 39 anni. Non era proprio il classico tipo autoritario, però per me era come Dio, quindi la sua influenza c’è stata. Ero figlia unica di questa coppia perché in quegli anni c’era anche la TBC e mia madre l’ha presa a vent’anni. Diceva: “Tuo papà è una persona che mi ha voluto bene perché anche dopo che mi sono ammalata mi ha voluto lo stesso”. Di me raccontava che mi ha partorito dopo la malattia. Della guerra io ricordo sia Milano, sia Padova, sia la campagna perché là c’era un aereo, Pippo, che girava di notte e faceva molta paura perché bombardava dove vedeva luce. A mio papà i fascisti avevano dato l’olio di ricino quando erano più giovani. Mia mamma me l’ha raccontato più volte. Non erano ancora sposati. Delle volte mia mamma diceva: “Meno male che è morto così perché non so cosa sarebbe capitato se l’avessero preso”. Poi mi ha detto che lui quando veniva a Padova col treno metteva dentro le scarpe che trasportava delle munizioni. Cercava di rendersi utile. Mio papà è morto col primo bombardamento, quello del 16 dicembre ’43, alla stazione. L’Arcella è lì vicina. Hanno distrutto tutto: il cavalcavia e anche l’Arcella, danneggiato case. Mio papà è morto davanti alla farmacia Prandstraller. Hanno trovato là i suoi pezzi. Mia mamma l’ha cercato per otto giorni negli ospedali, negli obitori eccetera. A un certo momento un amico ha visto il braccio, ha riconosciuto l’orologio e ha detto “Questo è Albano”. Allora vanno a prendere suo papà per il riconoscimento, ma mio nonno ha detto che non era lui perché voleva che fosse ancora vivo. Il giorno del bombardamento era sul mezzogiorno-l’una; eravamo a casa, ma mio papà non era ancora rientrato. Ha suonato la sirena dell’allarme. Mia mamma era in ansia perché lui non arrivava. Gli aveva coperto la minestra perché il pranzo era pronto. Poi è arrivato e lei gli ha detto che hanno suonato le sirene, che bisognava andare via.

“Ma saranno di passaggio” ha detto lui, “Non credo che bombardino Padova. Lasciami mangiare questa minestra che mi piace e ho fame”. Col piatto in mano va a mangiarsi la minestra e mia mamma va su e giù. “Io vado avanti” ha detto. “Va bene, vai”, dice, “Io ti raggiungo dopo con la bicicletta”. Così siamo andate via verso via Pizzolo. C’era la gente fuori dalle case. Si chiedevano tutti cosa fare. Si sentiva il rombo, si guardava il cielo. Ecco gli aerei: sono i bombardieri che passano. Avevano delle lucette, vedevamo dei brillii. Qualcuno dice: “Le bombe! Hanno buttato le bombe!” Scappiamo tutti verso la chiesa di San Carlo che era campagna allora. Quando siamo venuti a casa era una bella giornata, ma era freddo anche se era ancora molto chiaro. Tanta gente era fuori dalle case, alcune diroccate; non tante in via Pizzolo, ma in viale Arcella molte di più. I bombardamenti hanno fatto tanti danni all’Arcella, sul cavalcavia. Diversi palazzi erano diroccati anche dopo la guerra e lo sono stati per tanti anni. Il giorno in cui è morto il papà ci era venuto dietro in bicicletta, ma non era venuto per via Pizzolo. Si vede che si è messo a scappare quando ha sentito le bombe e le bombe erano vicine alla stazione. Non andava incontro alle bombe, ma dalla parte opposta, quindi in via Tiziano Aspetti. Hanno detto che la bomba ha colpito un platano e ha fatto uno spostamento d’aria. Così mio papà è saltato per aria. Parlavano tanto di bombe incendiarie a quel tempo. All’Arcella, il 16 dicembre, fanno ancora adesso la messa per i defunti di quel giorno. Poi nella cappella del cimitero hanno scritto tutti i nomi di chi è morto; tra loro c’è anche mio papà.”

Diego Pulliero


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *